Due Paesi all’apparenza distanti, ma uniti da silenzi profondi, pressioni invisibili e un ordine che spesso nasconde solitudini difficili da nominare.
C’è qualcosa che accomuna il Giappone e la Svizzera. Due paesi che sembrano perfetti, ordinati, silenziosi. Due facciate pulite, lucide, lisce come i marciapiedi che nessuno osa sporcare. Ma poi, basta grattare un po’ la superficie — appena un po’ — e comincia a uscire il rumore sotto il silenzio, il caos sotto il controllo.
Due mondi dove la pressione sociale è alta, le emozioni basse e le dipendenze… silenziose.
Alcol sì. Droga no. Ma perché?
In Giappone le droghe sono un tabù assoluto. Se ti beccano con un po’ di marijuana, anche solo per uso personale, ti spazzano via dalla società. Non importa chi sei: un attore, uno sportivo, un turista. Finito.
Ma puoi ubriacarti fino a strisciare sotto un tavolo, vomitare in strada, dormire davanti alla stazione in giacca e cravatta.
Quello va bene. Quello è “sociale”. Esistono infatti occasioni rituali come il nomikai — le cene aziendali dove colleghi e superiori si ritrovano per bere insieme fino a perdere ogni inibizione — considerate strumenti fondamentali di coesione sociale.
La Svizzera? Stessa storia, ma vestita meglio.
Là non si urla, non si chiede aiuto, ma si beve. Tanto. E anche lì, la droga è criminalizzata, ma presente. Soprattutto tra chi si è spezzato dentro e fuori non lo sa nessuno. E lo sanno bene negli uffici esecuzione e fallimenti, pieni di gente che all’esterno sembra “benestante”, ma che dentro è affondata nei debiti, nei silenzi, nella vergogna.
E no, la povertà non è solo finire sotto un ponte.
È anche vivere con l’ansia di non riuscire a pagare le rate, di dover scegliere tra un affitto e una visita medica, di mostrare la faccia giusta mentre dentro stai annegando.
Parità di genere: l’avanzato che arretra
Il Giappone è l’ultimo del G7 per donne in posizioni di potere.
Solo il 3% delle posizioni manageriali è femminile. Solo il 15% delle parlamentari è donna. E per abortire, in molti casi, serve ancora il consenso del partner.
Nel 2025.
La Svizzera ha concesso il voto alle donne nel 1971.
Le donne in Parlamento ci sono, ma nei consigli d’amministrazione latitano. I ruoli di cura sono ancora appannaggio femminile. Lavorano part-time, spesso per necessità, e guadagnano meno. La parità è scritta, ma non ancora vissuta.
Entrambi i paesi sanno fare facce eleganti. Ma dietro la vetrina, il manichino è stanco.
Educazione estrema. Ma comunicazione zero.
In Giappone tutti ti salutano, si inchinano, ringraziano, sorridono. Ma non ti dicono mai cosa pensano.
Non è maleducazione. È che la comunicazione diretta è vista come scortesia. Tutto deve passare tra le righe. E se non leggi tra le righe, resti fuori.
La Svizzera? Più o meno uguale.
Cortesia formale, distanza fisica e morale. La socialità c’è, ma ha regole rigide. E se le rompi, sei “strano”.
E poi, diciamolo: a livello umano, cosa rimane? Le relazioni esistono solo se servono a qualcosa.
Entrambi i popoli non ti sbattono la porta in faccia, ma non ti fanno entrare nemmeno in salotto.
La sicurezza non basta a scaldare
In Giappone puoi camminare da sola di notte, ovunque. Nessuno ti molesta. Nessuno ti ruba.
In Svizzera, idem.
Sono paesi sicuri, protetti, civili.
Ma non basta.
La sicurezza senza empatia è un guscio vuoto.
E spesso chi vive in questi posti si sente protetto ma solo, libero ma soffocato, rispettato ma mai davvero visto.
Due culture che si specchiano nei loro silenzi
Giappone e Svizzera sono ossessionati dall’efficienza, dalla precisione, dall’autocontrollo.
Tutti devono sapere stare al proprio posto.
Ma sotto c’è una fame d’amore, di espressione, di verità.
Entrambi i paesi hanno i tassi più alti di suicidio tra giovani adulti, alcolismo nascosto, isolamento sociale, stress da prestazione, dipendenze emotive e tecnologiche.
E sì, anche una diffusione crescente di insonnia cronica, abuso di farmaci, e dipendenze da sostanze come cocaina e stimolanti, che pochi nominano ma che esistono, sotto la superficie lucida.
E la vera malattia?
La solitudine non detta, quella che non puoi raccontare nemmeno agli amici, perché tanto “stai bene”.
Conclusione: il prezzo della perfezione
Viviamo in un’epoca dove ciò che appare è più importante di ciò che è.
Il Giappone e la Svizzera ne sono gli specchi più lucidi.
Due culture dove tutto sembra funzionare — finché non provi a respirare a fondo.
Perché lì, sotto il silenzio, la gente soffre. Ma non lo dice. Non lo mostra. Non lo urla.
E se lo urla, lo fa da sola, nel vuoto.
Post scriptum
Il Giappone ha i gabinetti che parlano.
La Svizzera ha le banche che non dicono mai nulla.
E in mezzo, ci siamo noi: anime che vogliono solo verità, imperfezione, contatto umano.